Cinema: Un Anno Da Leoni.

UN A(N)NO DA LEONI
Regia: D. Frankel
Genere: Commedia
Anno: 2011

TRAMA: Brad Harris è un giovane non più giovane che vive con i genitori: la madre lo sostiene nella sua passione per il birdwatching, il padre preferisce ostacolarlo. L’idolo di Brad è Kenny Bostick, plurivincitore del Big Year e detentore del record di 732 specie di uccelli avvistati in un anno (NdR. gente che si ammazza di lavoro!), che torna a competere per difendere il suo titolo. Inoltre, seguiamo le vicende di Stuart Preissler, che partecipa alla gara staccando da un lavoro che non lo interessa più.
LUCI: La trama, potenzialmente esplosiva, indubbiamente originale e fonte di seguiti psicologici non banali, con il pericolo di sembrare profonda,

ma non per merito del regista. Il cast, davvero eccezionale, in cui troviamo nomi del calibro di Steve Martin (vedi Il Testimone Più Pazzo Del Mondo), Owen Wilson (l’Hansel di Zoolander e l’attore, e sottolineiamo attore, di Midnight In Paris) e Jack Black. Quello ciccione e peloso. Il cantante – chitarrista dei Tenacious D. Chi non conosce, o peggio conosce e non apprezza i Tenacious D..

Il tutto, scontatamente, non per merito del regista. Le ambientazioni, gioiellini naturalistici che permettono allo spettatore di viaggiare con i protagonisti. Non per merito del regista, ma di Madre Natura.
OMBRE: Non strappa una risata neanche per sbaglio. Non emoziona, nonostante gli snodi della trama (leggi sopra). Non commuove, nonostante alcune scene potenzialmente straordinarie, come quella delle aquile calve che si accoppiano in volo. Non colpisce per inquadrature o fotografia, poco curate e scialbe. Non è sorretto da una colonna sonora adatta, nemmeno nei momenti più epici o drammatici. È costellato di dialoghi non solo stupidi ma, grazie a Dio, anche imbarazzanti!

Se qualche entità superiore è in ascolto, per favore, spieghi al regista che “Ho perso l’aereo!” non è una battuta. Personaggi finti come la Pepsi (vedi la famiglia di Stuart, versione distorta della famigliola cocainomane del Mulino Bianco) che non crescono nemmeno nel finale. Una morale vergognosamente banale e forzata, inserita per sorreggere una pellicola che di psicologico non ha nemmeno il titolo, con argomenti di spessore trattati come gli ultimi risultati di campionato. Doppiaggio ridicolo e pessimo. A questo punto, possiamo formulare due ipotesi: o il libro è merdoso come il film, e allora la vendetta di Arnie ricadrà su scrittore e regista, oppure il libro è meraviglioso, e allora la colpa è di chi ha permesso a Frankel di evitarsi una necessaria e più adeguata carriera di netturbino.

VOTO: 2 punitivo

CONSIGLIATO: Assolutamente no. Alla pari di Hugo Cabret, assistiamo ancora una volta a un coito interrotto, a una truffa ai danni di un pubblico che deve imparare a diffidare delle apparenze sempre più attraenti di pellicole sempre più BBB – rutte. Vorremmo anche emanare un mandato di cattura nei confronti del regista, ma purtroppo le uniche foto in nostro possesso sono quelle della scuola di cinema: peccato che Frankel non figuri in nessuna di queste. Già all’epoca, non ha frequentato un solo giorno di lezione, perché impegnato nei bagni a tentare di partorire questa pellicola. Oggi, finalmente, c’è riuscito: bella cagata, Johnny!

SE VI È PIACIUTO, CUZZATEVI: Scappo Dalla Città – La Vita, L’Amore, Le Vacche (1991), Svalvolati On The Road (2007), I Sogni Segreti Di Walter Mitty (2013).

Locandina italiana Un anno da leoni

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Cinema: Il Dittatore.

IL DITTATORE
Regia: L. Charles
Genere: Commedia
Anno: 2012

TRAMA: Haffaz Aladeen è il dittatore di Wadiya, paese immaginario dell’Africa: il supremo leader partecipa (e vince) alle sue Olimpiadi, colleziona donne/uomini nel letto e dentro una Polaroid, detesta le bombe spuntate e adora le armi chimiche. Antidemocratico e orgogliosamente idiota, Aladeen è “invitato” dall’ONU a dimettersi; ostinato a difendere il proprio paese dalla libertà, partirà alla volta degli USA per rispondere davanti al mondo delle proprie azioni. Ma una congiura di palazzo cambierà il corso degli eventi.
LUCI: Ci limiteremo a dire che, secondo il nostro modesto, immodestissimo parere, è uno dei film satirico – demenziali congegnati meglio degli ultimi anni, migliore di gran lunga anche di tutti i lavori precedenti di Sacha Baron Cohen. Innanzitutto, ha il coraggio di smascherare l’ipocrisia dilagante e agghiacciante dietro il “politically correct”, quella che spinge le persone, per sfuggire allo stereotipo e alla mancanza di rispetto nei confronti di determinate categorie di esseri umani, a stereotiparle ancora di più, ai limiti della ghettizzazione, nonché a dare saggi di schizofrenia morale e d’irrazionalità che ci spiace definire ancora agghiacciante: l’incarnazione perfetta di questa mentalità, nella pellicola, è Anna Faris, che, per timore di essere considerata insensibile e retrograda, gestisce la sua impresa in modo fallimentare. Basti pensare alla scaffalista senza mani o al cassiere privo del concetto di denaro: o, ancora più assurdo, il figlio d’arte laureato in Albania messo a fare l’assessore. Ops! Secondariamente, ha il merito di evidenziare la corruzione cui l’uso del termine “democrazia” è andato incontro in Occidente (in particolare negli USA): ci è “sembrato” di scorgere, nel discorso finale, una sorta di metafora in cui Wadiya riflette la situazione statunitense attuale. Del resto, Aladeen potrebbe assomigliare a Osama Bin Laden, a Saddam Hussein, a Mu’ammar Gheddafi, ma potrebbe ricordare anche il nostro mitico, nanissimo Silvietto e il gorillissimo George W. Bush. Segnaliamo la presenza di attoroni del calibro di Ben Kingsley, John C. Reilly, Edward Norton; le performance dei protagonisti sono all’altezza.
OMBRE: Sebbene il film sia molto piacevole, a guardarlo si ha la sensazione di un dèjà-vu, più divertente, più intelligente ma comunque un dèjà-vu di film come Ali G Indahouse o Borat, in cui abbiamo sempre un personaggio irriverente e scorretto che smaschera le tare della società occidentale. Sembra quasi che i lavori precedenti siano stati esperimenti per riuscire a trovare l’equilibrio che rende questo film il migliore tra i quattro.

VOTO: 8.25

CONSIGLIATO: Assolutamente sì. Si entra in sala con l’idea di guardare un film infantile, scontato e volgare (sì, lo è!) e si esce con l’addominalata dolente dalle risate e con una discussione da intavolare con i propri amici (quelli che pensano) a proposito della situazione politica attuale.

SE VI È PIACIUTO, CUZZATEVI: W. (2008), Qualunquemente (2011), Candidato A Sorpresa (2012).

Cinema: Il Testimone Più Pazzo Del Mondo.

Il Testimone Più Pazzo Del Mondo
Regia: H. Ross
Genere: commedia
Anno: 1990

TRAMA: Vinnie Antonelli è un mafioso italoamericano ruspante, deciso a collaborare con la giustizia e sistemato sotto nome falso in una cittadina californiana; un agente occhialuto goffo, maniaco dell’ordine e del regolamento, lo accudisce. La convivenza migliora entrambi.

LUCI: La pellicola ha tante luci che potrebbe sostituire l’abete, scassatissimo, di De Ferrari. Nonostante l’apparenza da commediola demenziale e deprimente, il film si rivela un diario bizzarro e surreale di un uomo bizzarro e surreale, un mafioso italoamericano (più italo che americano) interpretato dal solito, straordinario Steve Martin, che quando non è impegnato sul set di Un An(n)o Da Leoni, fa anche ridere. Rick Moranis e la sua metamorfosi da agente dell’F.B.I. grigio e represso a ballerino talentuoso e amante piccante. Menzione al regista, che per la prima volta ha ritratto gli agenti del bureau in modo simpaticissimo, ma senza farne degli stolti. Un’altra luce è quella di aver portato sullo schermo numeri di merengue più divertenti che spettacolari, eseguiti (bene) dagli attori stessi, senza controfigure. Il personaggio di Antonelli che, sotto quintali di cialtroneria e di lamè sgargiante, è profondamente buono e affezionato al suo “persecutore”; inoltre, incredibile ma vero, è anche dotato di un’intelligenza incredibile ed è sempre in vantaggio di quattro mosse sui suoi avversari, qualità che solitamente il cinema a stelle e bisce non conferisce volentieri agli Italiani. Sebbene Antonelli sia il mafioso italoamericano tipico, con un piatto di spaghetti al ragù e polpette in una mano, una mazza da baseball nell’altra e un crocifisso al neon che si smarrisce nel maglione di pelo umano appena celato dal tutone di poliestere firmato CALOJJERO (le J sono state inserite in omaggio alla globalizzazione), è comunque chi tiene in mano le redini dell’azione. Infine, la colonna sonora, calzante per un tipo come lui. Ciliegina sulla torta: lo giuriamo, fa davvero ridere.

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